Friday, June 12, 2009

Alle elezioni europee il Partito Democratico si è salvato. Ha ottenuto una percentuale superiore a quella che in privato ognuno di noi (ma anche i dirigenti del Partito), si aspettava. Insomma, è andata meglio del previsto e dato che ci immaginavamo gia' un Grande Nano oltre il 40 %, e' andata meglio addirittura due volte. Il Grande Nano non ha sfondato, anzi arretra, e sara' sempre più ostaggio di Bossi. Questo significa che almeno lo spazio per un’opposizione parlamentare dinamica, che potra' agire tra le contraddizioni della maggioranza esiste ancora. Ma le buone nuove per il PD finiscono qui. Infatti in molti e forse in troppi continuiamo a non capire di che pasta sia fatto questo PD, quali sono le sue priorità, i suoi obiettivi, le sue strategie ed addirittura i suoi leader. Cresce invece la concorrenza diretta del partito artigianale di Antonio Di Pietro, chiaro nei suoi scopi, che in un anno ha raddoppiato i voti. Ormai la bandiera dell’antiberlusconismo abbandonata da Veltroni e non troppo utilizzata neanche da Franceschini, e' tutta sua. Per di più, l’Italia dei Valori si presenta come un partito populista ma non forzatamente di sinistra, in grado di pescare trasversalmente tra tutti gli oppositori del Cavaliere, leghisti compresi. E’ passata cioe' l’idea che chi vuole un’opposizione con le palle vota Di Pietro.
E’ inutile girarci intorno: il Partito Democratico ha oggi prima di tutto urgenza di trovare un leader vero, che imposti la strategia per gli anni a venire e la politica delle alleanze e quella ancora piu' complessa di un nuovo blocco sociale di riferimento. Franceschini ha fatto la sua parte con molta fermezza e straordinaria dignità, ma adesso ci vuole ben altro alla guida e bisogna costruirgli un buon esercito alle spalle. Occorre una figura in grado di essere l'antagonista del Grande Nano. Anche perché solo un leader forte e solido può gestire in una volta sola la contrapposizione al Grande Nano, al suo esercito ed alle sue strategie e l’inevitabile difficile rapporto con Di Pietro, oltre che riprendere le fila del confronto con quella sinistra radicale che ancora una volta è andata a sbattere. Quest’anno ciascuno è andato per conto suo, mentre l’anno scorso erano tutti insieme nella lista della Sinistra Arcobaleno. Ma l’esito è stato lo stesso: niente quorum del 4% e niente rappresentanza parlamentare a Roma come a Strasburgo ed un ritorno alle origini del puro extraparlamentarismo di sinistra. Eppure quell’area esiste e il PD non potra' permettersi di ignorarla. Tre liste minori di sinistra, hanno pur sempre ottenuto un 8% complessivo, e in un’Italia ormai stabilmente bipolare è comunque un tesoretto elettorale senza il quale non si può pensare di battere, il centro-destra.
Ma il problema più drammatico per il PD è che non cresce da nessuna parte, né geograficamente né socialmente. Continua, più o meno lentamente, elezione dopo elezione l'erosione del suo patrimonio di tradizione elettorale e di buona amministrazione. Ed il PD si ritrova ad essere un partito sempre piu' arroccato in quelle che furono le Regioni rosse dai tempi di Togliatti, veri granai di voti, che con i loro risultati sempre meno garantiti, nascondono la realtà drammatica di un arretramento sempre più evidente in tutto il Nord Italia, tra i giovani, tra gli operai, tra le donne. Ad ogni elezione sempre un po' meno, in un clima di apparente rassegnazione. Con tutto ciò, intendiamoci, il Partito Democratico è pur sempre la lista della sinistra europea che ha ottenuto il miglior risultato, ma solo perché la questione del ruolo storico della sinistra riformista nelle società avanzate e' aperta anche altrove. Hanno guai simili, ed anche peggiori, i laburisti inglesi, i socialisti francesi, i socialdemocratici tedeschi. Ma quelli sono partiti storici, che hanno affrontato il passaggio dall’utopia all’innovazione ormai da decenni, grazie a leaders che ne hanno segnato il cambiamento del calibro di Brandt, Mitterrand, Blair che hanno saputo rinnovare e far rivivere il rapporto tra riformismo e socialismo. Ma oggi proprio questo rapporto sembra ogni giorno sempre piu' residuale, se non addirittura esaurito ed anche per loro pare aperto il problema di quale identita' assumere nel XXI secolo. Il PD italiano invece è nato nel 2007 sulla base di un progetto lungimirante, ma ha preferito fino ad oggi non coltivarlo oltre; si e' rifugiato fatalisticamente nel piccolo cabotaggio dei mestieranti della politica e si e' adagiato sulle abitudini peggiori collaudate dalla Prima Repubblica. Il Congresso diventa quindi sempre piu' necessario, per ridare respiro, per riscoprire la cultura dell'innovazione e riaccendere la scintilla della speranza attorno ad un progetto che in fondo ha solo due anni di vita. Perche' il PD di oggi sembra gia' irrimediabilmente invecchiato, come a volte pare che lo sia anche tutta la sinistra che gli sta attorno.

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